Torino - Il 13 novembre 2018 potrebbe essere ricordata come una data storica per la storia dell’Unione Europea e del Regno Unito. Theresa May e Michel Barnier, capo della delegazione Ue per i negoziati per la Brexit, hanno annunciato di aver prodotto una bozza di accordo per gestire al meglio la fase immediatamente successiva al prossimo 29 marzo, data in cui la Brexit dovrebbe diventare effettiva, teoricamente anche senza un accordo fra le parti. Il 14 novembre il Consiglio dei Ministri del Regno Unito ha promosso l’accordo non senza qualche fatica, visto che diversi esponenti del governo si sono dimessi (tra cui il Ministro per la Brexit Dominic Raab), giudicando l’accordo troppo accondiscendente nei confronti della Ue  e accusando il premier May di essere troppo a favore di una “light Brexit”, cioè di una mediazione con l’Ue che non implichi cambiamenti radicali.

L’accordo prevede soluzioni decisamente moderate per la risoluzione delle questioni che dividevano maggiormente le due parti, soprattutto per quanto riguarda la “questione irlandese”. L’Irlanda del Nord, che ad oggi vive in una situazione di equilibrio pacifico con la Repubblica d’Irlanda, avrebbe rischiato di essere divisa di nuovo da quest’ultima con una “hard Brexit”, con il rischio di far riesplodere tensioni fra la minoranza cattolica (da sempre repubblicana) e la maggioranza unionista protestante. Il Governo May ha ottenuto che, in caso di mancato accordo definitivo, si possa creare un “backstop” (frontiera con controlli doganali e dazi) fra Irlanda e Irlanda del Nord, ma l’Ue ha ottenuto che questa condizione si possa creare solo con un reciproco accordo fra le parti e che l’Irlanda del Nord sia sottoposta ad un regime di stretta unione doganale con l’Ue rispetto al resto del Regno Unito.

Oltre alle tensioni interne al governo, questo accordo ha messo in subbuglio l’intera politica del Regno Unito. Il Partito Liberal-democratico, quello Nazionale Scozzese e quello cattolico  dell’Irlanda del Nord continuano a sognare un nuovo referendum che “ribalti” quello del 2016 e hanno dato vita a manifestazioni di piazza in tutto il Regno Unito, mentre Dup, piccola formazione politica ultraconservatrice nord-irlandese (sui cui sette voti si regge la maggioranza alla Camera dei Comuni) resta schierata per una “hard brexit” e potrebbe non votare l’accordo a Westminster. In Europa, pesa il parere contrario del governo spagnolo guidato da Pedro Sanchez, che pretende uno statuto speciale per Gibilterra, minacciando di fare ostruzionismo a Bruxelles.

Questa bozza di accordo, dunque, ha messo a nudo tutte le difficoltà legate al trovare una soluzione ragionevole in una mediazione molto complicata: il Regno Unito resta un Paese diviso, in cui la zona di Londra, Scozia e Irlanda del Nord sono fortemente contrari alla Brexit, mentre il resto dell’Inghilterra e il Galles restano fieramente legati all’esito del referendum del 23 giugno 2016. L’Unione Europea, invece, ha mostrato ancora una volta le sue divisioni e la difficoltà di prendere decisioni in tempi brevi con l’attuale sistema istituzionale. Il 29 marzo, nel frattempo, si avvicina e il rischio di arrivare a tale data senza un accordo é concreto. Si tratterebbe di un colpo durissimo per il governo May, ma anche per l’Unione Europea che, messa in discussione da più parti, avrebbe bisogno di mostrarsi di nuovo un elemento autorevole per gli equilibri politici del Vecchio continente e non solo. Donato D’Auria

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